lunedì 9 dicembre 2013

Anche in Italia la gestione vede rosa stop agli immobili, liquidità sull’equità -repubblica.it

Il settore del private banking italiano ha brillantemente superato la crisi degli ultimi anni, nonostante tutto lasciasse supporre una fuga di capitali verso altri lidi. Le difficoltà dell’economia del Belpaese e le incertezze normative non hanno di certo aiutato gli specialisti nella gestione dei grandi patrimoni. Basti pensare al balletto tuttora in corso sulla tassazione degli immobili per capire quali preoccupazioni siano diffuse fra chi ha un buon patrimonio immobiliare. Invece i dati parlano di una crescita del private banking. Al 30 giugno di quest’anno la ricchezza gestita da istituti di private banking era pari a 444 miliardi di euro, un valore in crescita rispetto ai 438 miliardi di fine 2012 e ai 410 miliardi di fine 2011. Dal 2009 ad oggi l’unico anno che ha fatto registrare una battuta d’arresto è stato proprio il 2011, quando il patrimonio gestito è sceso appunto a 410 miliardi dai 428 di dodici mesi prima. «Il 2013 sarà ricordato come un anno positivo per l’industria del wealth management — spiega l’Ufficio studi dell’Associazione italiana private banking (Aipb) — La crescita degli asset gestiti dall’industria è andata bene; nonostante l’incremento sia dovuto più alla performance dei portafogli che ai nuovi flussi, il private banking registra nei primi tre trimestri un +2,9%». La crescita del settore è stata favorita soprattutto dall’aumento della ricchezza della fascia più abbiente della popolazione (solitamente si può accedere ai servizi di private banking solo avendo un patrimonio personale di almeno 500mila euro esclusa l’abitazione in cui si vive). Il mercato potenziale è passato dagli 859 miliardi del 2011 ai 936 miliardi del 2013. Questo significa, tra l’altro, che le possibilità di crescita per il settore del private banking sono ancora notevoli, visto che più della metà del mercato potenziale non è ancora servito. A livello regionale i mercati più interessanti sono la Lombardia, seguita da Piemonte, Emilia Romagna e Lazio. L’analisi dei portafogli è probabilmente lo strumento migliore per capire come i clienti private si siano rapportati alla crisi. Il dato più interessante è la riduzione del peso degli immobili e la crescita degli investimenti finanziari. Gli asset reali, ovvero i terreni, le opere d’arte, i gioielli e le partecipazioni in aziende non quotate, sono invece rimasti sostanzialmente invariati. L’arretramento del real estate trova in parte giustificazione nel calo delle quotazioni degli immobili, a cui si è andata ad aggiungere l’Imu che ha convinto non pochi proprietari a dismettere parte del proprio patrimonio immobiliare. Il capitale così disinvestito si è spostato verso i mercati azionari che hanno invece riservato buone soddisfazioni. La crescita delle azioni già detenute in portafoglio e l’acquisto di nuove spiega l’aumento della componente finanziaria, che ora rappresenta il 44% del totale degli asset (in crescita rispetto al 37% del 2012), contro il 39% del real estate (in calo rispetto al 45% del 2012) e il 17% degli asset reali (in leggero calo rispetto al 18% del 2012). I successi conseguiti fino a oggi dal settore del private banking li si possono però misurare anche con gli indici di soddisfazione della clientela: il 73% dei clienti private si è detto soddisfatto del servizio ricevuto, mentre la percentuali dei soddisfatti al di fuori del settore si ferma al 69%. «Fino ad oggi a causa della crisi il servizio Private si è focalizzato soprattutto nell’accompagnare il cliente attraverso l’instabilità con l’obiettivo primario e condiviso di conservazione — proseguono gli esperti di Aipb — Il Private Banking, ha cercato di costruire il suo valore nella capacità di decodificare la complessità a favore di una migliore comprensione per aiutare l’investitore ad avere una maggiore consapevolezza nelle scelte possibili. In questa fase, che speriamo possa essere definita di uscita dalla crisi, le aspettative del cliente sono cambiate, fondandosi su un nuovo sistema di valori all’insegna della semplicità e della concretezza». La componente finanziaria ora rappresenta il 44% del totale degli asset (in crescita rispetto al 37% del 2012), contro il 39% del real estate.