domenica 1 dicembre 2013

Parla il ministro Saccomanni: “Dall’estero tornano a investire Adesso tocca alle nostre imprese” - lastampa.it


«A chi ci chiede uno scatto, o un cambio di marcia, vorrei ricordare innanzitutto che questo governo nel 2013 ha abbassato le tasse di 4,5 miliardi di euro, attraverso l’abolizione quasi totale dell’Imu sulla prima casa, e ha saldato alle imprese debiti arretrati per 16,7 miliardi. Non è poco, non è affatto poco. Abbiamo cominciato il nostro lavoro con l’Italia immersa in una recessione profonda, ora i segni anticipatori di una ripresa si moltiplicano». 
La gente si preoccupa perché la disoccupazione continua a crescere.  
«Gli economisti sanno bene che quando si esce dalle recessioni i posti di lavoro non prendono ad aumentare subito. Per ora le imprese si limitano a sfruttare la capacità produttiva che prima non utilizzavano; solo più tardi assumeranno. Negli Stati Uniti, dove la ripresa si è avviata da qualche tempo, la disoccupazione stenta ancora a calare». 
Da noi per ora la ripresa si vede molto poco.  
«Ho elementi per affermare che dall’estero si torna ad investire in Italia; mi auguro che le nostre imprese seguano l’esempio, sottraendosi a un catastrofismo ancora diffuso. Un segno buono sono i dati Istat di giovedì scorso: la fiducia delle imprese è aumentata in misura significativa, sia nel manifatturiero, sia nei servizi, sia nel commercio. Solo nelle costruzioni c’è un calo». 
I fautori dell’abolizione dell’Imu dicevano che si sarebbe rilanciata l’edilizia… A proposito, qualcosa da pagare di Imu per il 2013 ci sarà in parecchi Comuni, tra cui Roma, Torino, Milano, Genova, Bologna e Napoli.  
«Si tratta di tutti i Comuni che avevano un’aliquota superiore a quella base». 
Alcuni l’hanno perfino alzata nel corso del 2013, quando già si sapeva degli accordi di governo per cancellarla sulle prime case. Cercavano di fare i furbi?  
«Questo l’ha detto lei. Io sono consapevole delle esigenze dei Comuni per garantire ai cittadini i servizi necessari. Per ragioni di equità tra tutti, in qualsiasi momento avessero variato, lo Stato non poteva che calcolare i suoi rimborsi sull’aliquota base. Tuttavia abbiamo ridotto l’onere della differenza a carico dei contribuenti, accollandone il 60% al Tesoro. Quelle che restano sono perlopiù somme modeste; allo scopo di non complicare troppo la vita della gente abbiamo fissato il versamento in corrispondenza di altre scadenze tributarie». 
Alla fine dei conti, è soddisfatto dell’intervento sull’Imu? Secondo la Banca d’Italia, da cui lei proviene, altri sgravi fiscali sarebbero stati più utili di questo.  
«La intendo come misura congiunturale: uno sgravio temporaneo di tasse per favorire la ripresa. Un tributo sugli immobili resta necessario per finanziare i Comuni, e così si spiega la scelta del governo per il 2014». 
La nuova imposta rischia di risultare più pesante sulle case più modeste, o di scaricarsi in parte su chi vive in affitto.  
«Si tratterà di una imposta di tipo federale, affidata ai Comuni. I sindaci avranno tutti i margini di manovra per evitare effetti indesiderati. I calcoli pubblicati sui giornali sono semplici congetture». 
La rotta che il governo ha scelto da qui in poi è comunque diversa: ridurre le imposte sul lavoro. La legge di stabilità 2014 dà molto poco, ma promettete di fare di più man mano che emergeranno i risparmi di spesa. Dobbiamo crederci?  
«Sfatiamo intanto il pregiudizio che ridurre la spesa sia impossibile. Guardi questo grafico che mostrerò ai miei interlocutori americani: la spesa primaria strutturale è già in calo dal 2009». 
Tagliare 32 miliardi di euro è però un obiettivo ambiziosissimo.  
«Non mi pare. Una revisione della spesa comporta riformare la pubblica amministrazione nelle sue parti più delicate, come le decisioni di spendere e il monitoraggio dei risultati. E una operazione così importante non la si intraprende per risparmiare cifre modeste. Come dimostrano le esperienze di altri Paesi, che il commissario straordinario per la revisione della spesa Carlo Cottarelli conosce a fondo, i risultati possono essere nell’ordine di interi punti del prodotto lordo. Così il governo ha fissato quel traguardo: 32 miliardi in tre anni equivalgono a due punti del Pil italiano». 
La tendenza del nostro sistema politico resta opposta. In Senato alla legge di Stabilità sono state aggiunte nuove spese per 1,26 miliardi nel triennio, controbilanciate da maggiori tasse…  
«Con un leggero saldo a riduzione del deficit, però. E nel totale resta confermato che la manovra 2014 riduce le tasse sia per le famiglie sia per le imprese industriali. Insomma, alla revisione della spesa ci stiamo dedicando con grande decisione, e anche con metodi nuovi rispetto al passato. L’obiettivo è raggiungibile senza che si debba modificare la natura del nostro Stato sociale…». 
Per l’appunto a esprimere questo timore è un suo viceministro, Stefano Fassina del Pd.  
«Mi pare che Cottarelli abbia già risposto: non verranno messe in discussione le fondamentali linee strategiche della nostra spesa sociale. Procederemo in collaborazione con i singoli ministri, con il prezioso apporto della Ragioneria generale dello Stato». 
Di sicuro l’aiuto lo avrà dal ragioniere generale Daniele Franco, ex Banca d’Italia; forse un po’ meno dalla struttura. Un po’ tutta la burocrazia fa resistenza, e la Ragioneria è il centro della burocrazia.  
«La Ragioneria è un corpo di funzionari molto dedito alla sua missione. Il compito di validare le coperture finanziarie lo svolge con scrupolo. Credo che così sarà anche per la revisione della spesa». 
Senza tagliare le spese non possono calare le tasse. A meno che non abbia ragione chi sostiene che occorrerebbe battere i pugni sul tavolo con le autorità europee, e strappare una deroga alle regole di bilancio.  
«Non vedo alcuna possibilità di successo per una strategia di questo genere. Servirebbe soltanto a danneggiare l’immagine dell’Italia all’estero, che invece negli ultimi tempi è molto migliorata; credo che ne riceverò altre conferme nel viaggio che sto per fare negli Stati Uniti. Non è nemmeno vero che dalla Commissione europea siamo trattati peggio di altri: sono severe anche le condizioni a cui sono sottoposti altri Stati come la Francia o l’Olanda, con debito inferiore al nostro ma in rapida ascesa. D’altra parte, quando il nostro Paese era libero di spendere in deficit non mi pare che ne abbia fatto buon uso». 
La Germania proporrà patti che allenterebbero i vincoli in cambio di precise riforme. Se ne farà qualcosa?  
«Sono in discussione accordi contrattuali per rafforzare i processi di riforme strutturali nei Paesi membri. Resta da decidere quali contropartite verrebbero concesse in cambio di questi impegni. Tra le ipotesi, ci potrebbe essere la possibilità di allungare i tempi per la riduzione del debito. Tutti devono fare grandi riforme, anche la Germania. Credo che il presidente del consiglio d’Europa Herman van Rompuy tenga a concludere il suo mandato con un accordo di peso. Ed è interesse comune arrivare a conclusioni significative in tempo per le elezioni europee di maggio, in modo da evitare successi delle forze antieuropeiste».