venerdì 23 agosto 2013

In fuga dall’Italia gli yacht fanno ricco il Montenegro - Inseguiti dal Fisco: a Tivat quadruplicate le barche sotto i 20 metri di Fabio Pozzo - lastampa.it

FABIO POZZO
Dall’altra sponda dell’Adriatico ci sono analisti di Wall Street che ci stanno guardando e studiando; mettono in colonna le nostre tariffe e la nostra politica fiscale, per calibrare l’offerta della società per cui lavorano, un villaggio marino in sviluppo e di enormi ambizioni. Il loro obiettivo è quello di fare concorrenza agli altri paradisi internazionali della nautica e naturalmente anche ai porticcioli d’Italia. Non solo. Cercano di attirare verso i loro ormeggi i tanti diportisti italiani fuggiti all’estero nella «diaspora» del dopo-provvedimenti Monti. E quelli ancora indecisi sul da farsi. 
Questi professionisti sono all’opera in Montenegro, a Tivat (Teodo), nella Baia di Kotor (Cattaro), una delle quattro che compongono le omonime Bocche, il fiordo più a Sud d’Europa, patrimonio dell’Unesco. Qui, nel 2009, ha aperto Porto Montenegro, realizzato dal più grande proprietario di miniere d’oro del mondo, Peter Munk (Barrick Gold), attraverso la Adriatic Marinas, e con investitori come Lord Jacob e Nathaniel Rothschild (ramo inglese della dinastia), il tycoon russo Oleg Deripaska e Bernard Arnault, il fondatore della galassia del lusso Louis Vuitton-Moet Hennessey. 

E questa, che sorge nell’ex Arsenale della Marina jugoslava, a circa 80 km da Dubrovnik, è davvero un’isola votata al lusso. Banchine, piscine, appartamenti fronte porto, locali, negozi e un aparthotel a cinque stelle, in arrivo, che sarà gestito dalla Regent Hotels & Resorts... Dalla sua, oltre alle strutture, al paesaggio e al clima mite, un aeroporto dedicato, il marina ha anche un regime fiscale incoraggiante per chi viene dall’estero, che va dall’imposta sul reddito al 9% (anche per le imprese) a un’Iva del 19% che scende al 9% sui servizi portuali; la tassa sui trasferimenti di proprietà è del 3% (7 mila euro a mq il prezzo medio, da 200 mila a 6 milioni di euro il valore finale degli immobili in vendita) e dazi doganali competitivi. 

Aggiungendoci la vicinanza con le nostre coste, è facile immaginare che anche su questa sponda sia approdata e possa approdare parte di quelle barche italiane in fuga. Diportisti che hanno preso il largo dalla tassa di stazionamento introdotta dal governo Monti e poi trasformata - troppo tardi - in tassa di possesso (ora abolita dal 2014 per tutti gli scafi sotto i 14 metri e dimezzata per quelli superiori, a vela, vetusti), ma anche dai controlli ai fini del redditometro che hanno generato nel 2012, secondo diverse fonti d’osservazione, un’emorragia di circa 30 mila imbarcazioni, poco meno di un terzo di quelle immatricolate. Un fuggi fuggi verso la Francia, Spagna, Malta, Croazia e, appunto, Montenegro. 

A Tivat confermano. Dati alla mano, perché gli analisti di Wall Street lavorano soprattutto sulle cifre. E allora si scopre che l’anno scorso in questo porticciolo gli yacht italiani sotto i 20 metri di lunghezza sono aumentati del 300%, passando dal 5% del totale delle barche presenti nel marina nel 2010 al 15%; mentre quelli più grandi, i superyacht sopra i 21 metri, sono aumentati dal 4% del 20102 al 7%. E di questi, il 5,5% sono rimasti anche quest’anno. Per il 2013, i dati sono ancora in corso di elaborazione, ma secondo Adriatic Marinas ci sarebbe stato finora un incremento del 7% sul 2012 di arrivi di barche italiane. Ora, considerato che il Montenegro non è ancora una meta battutissima dall’Italia, stiamo parlando di qualche centinaia di unità e ci si può anche un’idea di quello che invece è accaduto e che sta accadendo in nazioni vicine più abituali per i diportisti «nostrani». 

«Quando sono arrivato, due anni fa, era raro sentir parlare italiano. Ora è normale» dice Matt Morley, uno dei manager di Porto Montenegro, un londinese che ha studiato a Milano. Italiani interessati al carburante che costa la metà rispetto all’Italia, all’Iva più bassa, all’assenza di controlli della Finanza, ma anche al costo degli ormeggi (250, 486 entro il 2015) inferiore - 228 mila euro la concessione per 15 anni di uno da 12 metri - rispetto alle tariffe di Porto Cervo, Capri o Portofino. Semplici proprietari di barche con bandiera italiana, ma anche comandanti di grandi yacht di proprietà italiana ma registrati all’estero, intestati a società. Anche in questo caso, gli analisti di Wall Street ci vengono in aiuto: nel 2012 i clienti italiani scesi sulle banchine di Porto Montenegro, ospiti di imbarcazioni sotto i 20 metri battenti bandiera non tricolore, sono aumentati del 14% rispetto agli arrivi totali; dell’11% quelli sbarcati da yacht più grandi. E qui c’è posto per gigayacht sino a 130 metri.